San Giuseppe da Leonessa, Sacerdote Cappuccino – Un po’ di Pane Spirituale per Camminare in Cristo – giovedì 4 febbraio 21

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Giovedì 4 Febbraio 2021 – IV Settimana T. O.San Giuseppe da Leonessa, Sacerdote Cappuccino – RIMA LETTURA Eb  12,18-19.21-24; – Salmo Sal 47 (48); – VANGELO Mc 6,7-13

Riflessione quotidiana al Vangelo per camminare in Cristo: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

Il potere sugli spiriti, che Gesù conferisce ai Dodici, è un potere teso a liberare l’uomo nella sua totalità come persona umana: in modo specifico è finalizzato a liberarlo dal peccato, dalla morte corporale e da quella spirituale. Scuotere la polvere dai piedi era un gesto con il quale gli Ebrei esprimevano il distacco dal mondo pagano e la messa sotto accusa di chi si chiudeva al messaggio del vero e unico Dio. L’unzione con l’olio è bene testimoniata nel mondo pagano e in quello biblico. In quest’ultimo l’unzione compare come segno messianico con il quale si evidenzia quanto la forza di Dio è capace di operare sul corpo e sullo spirito dell’uomo.

… fa parte della mentalità di chi è cresciuto nella civiltà del benessere rivendicare il diritto alla felicità, a un’elevata qualità della vita. Non si deve più soffrire. Se capita una malattia, ci deve essere una soluzione; la scienza deve trovarla. Si fa eccessivo consumo di farmaci; si ricorre con ossessiva frequenza agli esami clinici. Basta una qualsiasi contrarietà a rendere nervosi e tristi. Timore ed ansia fanno diradare le relazioni sociali intorno al malato grave e alla sua famiglia. Si arriva a dichiarare che accettare la sofferenza è immorale. Non si è capaci di dare un senso a questa esperienza umana fondamentale. Ma quale senso può avere la sofferenza? Il cristiano guarda realisticamente alla malattia e alla morte come a un male; anzi vede in queste tragiche realtà un’alienazione, carica di tutta la violenza del Maligno e capace di portare alla chiusura in se stessi, alla ribellione e alla disperazione. Non considera però il dolore una pura perdita, non tenta fughe illusorie, né si limita a subirlo fatalisticamente. Messo alle strette dalla sofferenza, continua a credere nella vita e nel suo valore. «Non è affatto un dolore la tempesta dei mali presenti per coloro che ripongono la loro fiducia nei beni futuri. Per questo non ci turbano le avversità, né ci piegano». La pazienza è una lotta piena di fiducia. Da una parte il cristiano mette in opera tutte le risorse per eliminare la malattia, per liberare se stesso e gli altri. Dall’altra trova nella sofferenza un’occasione privilegiata di crescere in umanità e di realizzarsi a un livello più alto. Se non gli è possibile guarire, cerca di vivere ugualmente; non si limita a sopravvivere. Affronta la situazione con coraggio, dignità e serenità; mantiene la speranza, il gusto dell’amicizia e delle cose belle; confida nella misteriosa fecondità del suo atteggiamento. Sperimentando nella malattia la propria impotenza, l’uomo di fede riconosce di essere radicalmente bisognoso di salvezza. Si accetta come creatura povera e limitata. Si affida totalmente a Dio. Imita Gesù Cristo e lo sente personalmente vicino. Abbracciando la croce, sa di abbracciare il Crocifisso. Unito a lui, diventa segno efficace della sua presenza e strumento di salvezza per gli altri: «Ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo».

… il Sacramento dell’Unzione degli infermi,Papa Francesco (Udienza Generale, 26 febbraio 2014), ci permette di toccare con mano la compassione di Dio per l’uomo. In passato veniva chiamato “Estrema unzione”, perché era inteso come conforto spirituale nell’imminenza della morte. Parlare invece di “Unzione degli infermi” ci aiuta ad allargare lo sguardo all’esperienza della malattia e della sofferenza, nell’orizzonte della misericordia di Dio. Ogni volta che celebriamo tale Sacramento, il Signore Gesù, nella persona del sacerdote, si fa vicino a chi soffre ed è gravemente malato, o anziano. Dice la parabola che il buon samaritano si prende cura dell’uomo sofferente versando sulle sue ferite olio e vino. L’olio ci fa pensare a quello che viene benedetto dal Vescovo ogni anno, nella Messa crismale del Giovedì Santo, proprio in vista dell’Unzione degli infermi. Il vino, invece, è segno dell’amore e della grazia di Cristo che scaturiscono dal dono della sua vita per noi e che si esprimono in tutta la loro ricchezza nella vita sacramentale della Chiesa. Infine, la persona sofferente viene affidata a un albergatore, affinché possa continuare a prendersi cura di lei, senza badare a spese. Ora, chi è questo albergatore? È la Chiesa, la comunità cristiana, siamo noi, ai quali ogni giorno il Signore Gesù affida coloro che sono afflitti, nel corpo e nello spirito, perché possiamo continuare a riversare su di loro, senza misura, tutta la sua misericordia e la sua salvezza.

fonte – sintesi da: http://radici3.blogspot.com/2021/01/

San Giuseppe da Leonessa

San José de Leonisa

Giuseppe Desideri, terzo di otto figli, nacque a Leonessa (Ri) l’otto gennaio 1556 da Giovanni e Francesca Paolini. Nel battesimo ricevette il nome di Eufranio, dal significato molto bello: portatore di gioia. Sui tredici anni Eufranio rimase orfano di ambedue i genitori e si prese cura di lui lo zio paterno Giovanbattista Desideri che lo condusse a Viterbo per fargli continuare gli studi, iniziati nella sua patria. Nel 1571 si trasferirono a Spoleto dove lo zio fu chiamato all’insegnamento delle Lettere. In questa località, all’insaputa dello zio e degli altri parenti, Eufranio decise di entrare nell’Ordine dei Cappuccini che aveva conosciuto da poco, mentre veniva costruito il convento di Leonessa. 
A sedici anni indossò l’abito cappuccino ad Assisi. Fin dal noviziato egli praticava la più rigorosa mortificazione: si sceglieva l’abito più povero e rifiutato da tutti; tutti i giorni durante le quaresime, e per tre volte la settimana negli altri tempi, viveva di solo pane e acqua; ed infine martoriava il suo corpo con orribili penitenze.
Spesso passava la notte intera davanti all’immagine del suo Signore crocifisso contemplando i misteri della Passione e cercava di riviverli nelle sue penitenze. Se poteva andava ogni ora a fare visita al Santissimo Sacramento. Si confessava quasi quotidianamente per cancellare dalla sua anima ogni minima traccia di peccato. 
Ordinato sacerdote, il 24 settembre 1580, ad Amelia (Tr), iniziò il suo fecondo apostolato tra le popolazioni dell’Umbria, dell’Abruzzo e del Lazio. Tanta era la fiamma dell’amore divino che lo infuocava e lo spingeva con ardore apostolico in mezzo agli uomini, che riposava poche ore la notte per portare con sollecitudine sollievo ai poveri e ai sofferenti. Il suo desiderio più ardente era quello di morire martire per la fede.
Nel mese di agosto 1587 ottenne il permesso di andare missionario in Turchia. Dopo aver lucrato il “Perdono di Assisi”, partì per Venezia dove si imbarcò per Costantinopoli prendendo alloggio in un vecchio monastero a Pera. Si prese cura dei tanti cristiani prigionieri dei turchi, rapiti nelle varie scorrerie compiute da questi in Italia, confortandoli in tutti i modi possibili e invitandoli a non lasciare il Vangelo per seguire la dottrina di Maometto. Era infaticabile nelle opere di carità e di misericordia. Una epidemia gli portò via tutti i compagni, eccetto fra Gregorio da Leonessa. 
Cominciò allora predicare Cristo per le strade e alle entrate delle moschee. Un giorno si introdusse nel palazzo del sultano, Murad III che, presolo per pazzo, lo scacciò via dalla sua presenza facendolo condannare al crudele e doloroso supplizio del gancio. Giuseppe non aspettava altro: morire per la religione cristiana era il suo grande desiderio! Aveva 33 anni, come Gesù, sul monte Calvario. Resistette per tre giorni e, secondo gli atti della canonizzazione, venne liberato da un angelo che lo guarì anche dalle ferite. 
Segnato dalle stigmate del martirio, fece ritorno in Italia e, nel mese di dicembre del 1589, riprese con raddoppiato zelo la sua attività apostolica. Iniziò il suo girovagare per il centro della nostra penisola arrivando a predicare fino a 6-8 volte al giorno. 
I miseri, gli abbandonati, la gente dispersa dei paesini montani, i pastori che vivevano lontani dal consorzio umano, erano fatti oggetto delle sue attenzioni e delle sue premure, anche attraverso l’istituzione dei monti frumentari per combattere la piaga dell’usura, pure a quel tempo molto diffusa, ed assicurare loro la sussistenza. Si fece letteralmente tutto a tutti. 
Aveva tanta forza e coraggio nel richiamare i cuori più induriti, tanto da non aver timore di rimproverare apertamente i signorotti del tempo, come il Barone Orsini di Amatrice. 
Uno dei mezzi principali da lui usati per il rinnovo della vita religiosa fu la pratica delle Quarant’ore. Era una specie di missione popolare. Ad ogni ora d’adorazione seguiva una predica. Alla fine delle Quarant’ore padre Giuseppe innalzava su una collina vicina al paese una croce a ricordo della missione, croce che egli stesso portava sulle spalle. 
Questo duro apostolato durò per ben ventidue anni, continuamente nutrito e potenziato dalla preghiera e dalla penitenza. Questi viaggi apostolici gli procuravano fatiche a non finire, ma provava grande gioia nel servire il Signore nei fratelli.  Per il Giubileo del 1600 padre Giuseppe si preparò con un anno di digiuno, di preghiere e di penitenze, recandosi poi a Roma da Otricoli (Tr), dove si trovava a predicare, per lucrarne l’indulgenza. 
Nel mese di ottobre 1611 predicò per l’ultima volta a Campotosto (Aq). Era il 18, giorno della festa di san Luca. Tornò al convento di Amatrice appoggiandosi al suo bastone. Era minato da un male incurabile che ben preso lo avrebbe condotto alla tomba. Si recò a Leonessa alla fine del mese, restandovi circa dieci giorni: era l’ultimo incontro con i parenti, con i paesani, con la sua patria di origine. Lungo la strada del ritorno ad Amatrice benedisse la sua Leonessa con parole che ancor oggi commuovono i suoi paesani. Nel convento di Amatrice celebrò l’ultima santa Messa il 28 dicembre, festa liturgica dei santi Innocenti. Il male peggiorava di giorno in giorno, le forze gli venivano meno. Volle ricevere ogni giorno la comunione fuori della sua cella, perché non riteneva opportuno che Gesù eucaristico entrasse nel suo povero tugurio. Il due febbraio fu operato dal medico di Amatrice, Severo Canonico. Una operazione inutile e dolorosa. Giuseppe accettò, per ubbidienza, le sofferenze con coraggio e rassegnazione rimettendosi alla volontà del Signore tenendo tra le braccia il suo amato crocifisso. Il tre febbraio il chirurgo tentò un altro intervento con la speranza di strapparlo alla morte, tutto risultò inutile. Sorella morte lo chiamò nel pomeriggio del sabato quattro febbraio, mentre Giuseppe invocava la Madre del cielo; furono le sue ultime parole su questa terra: “Sancta Maria succurre miseris”. La sua morte diede adito ad una sorta di gara tra le popolazioni amatriciane, ognuno voleva accaparrarsi qualche sua reliquia: da tutti era ritenuto “Santo”. 
Fu beatificato nel 1737 e il 29 giugno del 1746 nella Basilica di san Giovanni in Laterano fu elevato alla gloria dei Santi dal papa Benedetto XIV, insieme a san Camillo de Lellis, suo contemporaneo e abruzzese come lui. Il Papa disse: «Negli ultimi secoli è difficile trovare uno che più di lui si sia dato alle penitenze e alle mortificazioni».
San Giuseppe riposa a Leonessa, tra i suoi paesani, nel Santuario eretto in suo onore nella casa paterna che lo vide nascere. Nel 1950 Pio XII lo ha proclamato patrono delle Missioni in Turchia. Il due marzo 1967 il Papa Paolo VI lo ha proclamato “Patrono principale” dell’Altopiano leonessano.

L’identità di San Giuseppe svelata dalla ricognizione delle reliquie – di mons. Giuseppe Chiaretti  (Arcivescovo emerito di Perugia – Città della Pieve) 

È grande nella santità d’una vita stracolma di preghiera. Anche di lui si può dire, come di S. Francesco, che era un “uomo fatto preghiera”, non esclusa l’estasi, e come di S. Domenico, “parlava con Dio o parlava di Dio”.
Grande nella carità come autentico benefattore sociale: innumerevoli gli interventi di beneficenza a vantaggio dei poveri, con la fondazione di molti Monti di Pietà e Monti frumentari, di Ospedali, che lui chiamava “casa di Dio” (l’Hotel Dieu, come si dice ancora oggi in Francia), con la moltiplicazione di pane e di legumi per i poveri, con pacificazioni tra paesi rivali e fazioni avverse, su richiesta anche delle Autorità politiche che ben conoscevano la forza persuasiva dei suoi interventi, con l’erezione di cappelle e croci un po’ ovunque come segni di pace e inviti alla preghiera.
Grande come taumaturgo, richiesto di innumerevoli interventi miracolosi a favore di malati, di miserabili, di famiglie, e soprattutto di bambini, lui che fu orfano precoce e soffrì molto per questa orfanezza. Non ho timore di dire che è stato uno dei santi più taumaturghi della Chiesa. E può essere considerato a buon titolo protettore particolare di bambini, come mostrano i miracoli scelti per la beatificazione (un bambino di Leonessa e un giovane di Amatrice) e per la canonizzazione (due bambini uno di Leonessa e una fanciulla di Montereale), con miracoli che non sono funzionali ma organici, e cioè richiedono la creazione immediata di organi.

fonte – sintesi da: http://radici3.blogspot.com/2021/01/

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