S. Massimiliano M. Kolbe – Un Po’ di PANE Spirituale per Camminare in CRISTO venerdì 14 agosto 20

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Venerdì, XIX Tempo Ordinario – S. Massimiliano M. Kolbe – PRIMA LETTURA Ez 16,1-15.60.63 – salmo: Is 12,2-6 – VANGELO Mt 19,3-12

Riflessione quotidiana per camminare in Cristo: «… ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca». La castità non è una rinuncia ma una scelta. Gesù sottolinea, però, che non a tutti è dato da intendere questo dono. Chi si ferma alla sola funzione complementare, affettiva e riproduttiva non potrà mai capire chi, come chi fa professione di castità, sceglie di rinunciare ad una famiglia, ad un affettività esclusiva, ad avere dei figli, per il regno di Dio. In realtà non è una rinuncia ma una scelta, non un fuggire ma un abbracciare, non escludere ma inglobare. Togliendo la parzialità di un amore necessariamente di scelta (verso il marito o la moglie) e allargando questo amore in pari modo verso tutti. È la scelta di un amore più grande, di un amore totale, di un amore senza parzialità, senza misura, senza confini. È la scelta totale del servizio totale a Dio e ai fratelli, come Cristo; fino alla morte, come Cristo. Come i tanti religiosi e martiri che la Chiesa ci presenta come modelli di amore e di servizio. Come San Massimiliano M. Kolbe che scelse la corona della castità e la decorò con la corona del martirio. Scelse la via del servizio e la onorò fino a dare la propria vita in cambio di una vita.

Vangelo (24 gennaio) Oggi si è compiuta questa Scrittura

Pane di oggi: “Chi può capire capisca”, ci dici e ci ripeti, o Signore. Sì, a volte sembra assurdo la scelta dei santi che hanno rinunciato a tutto per servirti nei più poveri e sofferenti, tra lamenti e disperazione, come una Madre Teresa di Calcutta. O la scelta dei martiri, disposti ad affrontare atroci dolori fino alla morte, pur di non cedere quanto gli veniva chiesto di rinunciare alla verità della fede. Ma non sei tu il modello di ogni santità e martirio? Non sei tu per primo che dài senso a questa scelta esclusiva di amore? Concedi che tanti giovani capiscano e ti seguano.
Invocherò il dono di santi religiosi, sacerdoti e missionari.

fonte: http://www.madredellaparola.it/?page_id=110

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LETTERA DI SAN MASSIMILIANO AI CONFRATELLI IN GIAPPONE inviata il 13 aprile del 1933, mentre ritornava in patria. 

Carissimi Figli, nelle difficoltà, nelle tenebre, nelle debolezze, negli scoraggiamenti ricordiamoci che il Paradiso si sta avvicinando. Ogni giorno che passa è un intero giorno in meno di attesa.
Coraggio, dunque! Ella ci attende di là per stringerci al Cuore.
Inoltre, non date retta al diavolo, qualora volesse farvi credere che il paradiso non esiste, ma non per voi, perché, anche se aveste commesso tutti i peccati possibili, un solo atto di amore perfetto lava tutto al punto tale che non ci rimane neppure un’ombra.
Carissimi Figli, come desidererei dirvi, ripetervi quanto è buona l’Immacolata, per poter allontanare per sempre dai vostri piccoli cuori la tristezza, l’abbattimento interiore o lo scoraggiamento. La sola invocazione “Maria”, magari con l’anima immersa nelle tenebre, nelle aridità e perfino nella disgrazia del peccato, quale eco produce nel Suo Cuore che tanto ci ama! E quanto più l’anima è infelice, sprofondata nelle colpe, tanto più questo Rifugio di noi poveri peccatori la circonda di sollecita protezione.
Ma non affliggetevi mai se non sentite tale amore. Se volete amare, questo è già un segno sicuro che state amando; ma si tratta solo di un amore che procede dalla volontà.
Anche il sentimento esteriore è frutto della grazia, ma non sempre esso segue immediatamente la volontà. Vi potrà capitare, miei Cari, un pensiero, quasi una mesta nostalgia, una supplica, un lamento…: “Chissà se l’Immacolata mi ama ancora?”.
Figli amatissimi!
Lo dico a tutti insieme e a ciascuno in particolare nel Suo nome, notate bene, nel Suo nome: Ella ama ciascuno di voi, vi ama assai e in ogni momento senza alcuna eccezione.
Questo, carissimi Figli, ve lo ripeto nel Suo Nome.

San Massimiliano Kolbe: l’Apostolo della Medaglia Miracolosa

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Raimondo, più tardi divenuto frate francescano conventuale col nome di fra Massimiliano fu beatificato dal Papa Paolo VI nel 1971 e canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1982. San Massimiliano che morì  martire del lager nazista di Auschwitz, il 14 agosto 1941, fu un apostolo zelantissimo della Medaglia Miracolosa. Era nato in Polonia, presso Lodz, il 7 gennaio 1894. Entrato nella congregazione dei Frati Minori Conventuali, aveva studiato per sette anni a Roma, ove fu ordinato sacerdote il 28 aprile 1919. Volle celebrare la sua prima Messa nella cappella di S. Andrea delle Fratte, dove l’Immacolata era apparsa ed aveva convertito l’ebreo Alfonso Ratisbonne nel 1842. Nel 1917 in Russia vigeva il Comunismo, la Chiesa era perseguitata e i religiosi venivano rinchiusi nei gulag. In questo contesto padre Kolbe, che all’epoca aveva 23 anni, costituì la Milizia dell’Immacolata, che oggi conta milioni di adepti in tutto il mondo. Nel programma tracciato dal fondatore, ogni attività di santificazione propria e di apostolato per la conversione degli eretici e specialmente dei massoni, viene posta sotto il patrocinio dell’Immacolata della Medaglia Miracolosa.  “Vorrei essere come polvere per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predicare la Buona Novella.” Mosso da un grande zelo si fece missionario in Oriente; il Vescovo Hajasaka in Giappone gli affidò il servizio di stampa, che svolgeva a Niepokalanow, la Cittadella dell’Immacolata, ma per il francescano era importante che tale compito fosse svolto sempre in spirito di preghiera.  I membri della “Milizia” devono portare al collo la Medaglia: “Sul nostro petto – dice il regolamento – essa sarà come un segno della nostra consacrazione interiore”. Tutti inoltre debbono recitare almeno una volta al giorno la giaculatoria della Medaglia, così modificata: “O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi e per quelli che non ricorrono, specialmente per i nemici della Chiesa”. “Le Medaglie – soleva dire il p. Kolbe – sono le mie cartucce”. Nel 1926, scriveva nel periodico “Il Cavaliere dell’Immacolata”. “Bisogna distribuire la Medaglia Miracolosa ovunque è possibile: ai fanciulli, perché la portino al collo, ai vecchi e soprattutto ai giovani, perché sotto la protezione  di Maria abbiano la forza sufficiente per esistere alle innumerevoli tentazioni e pericoli che oggi li insidiano. Anche a coloro che non entrano mai in chiesa, che hanno paura della confessione, si fanno beffe delle pratiche religiose, ridono della verità della fede, sono immersi nel fango dell’immoralità, oppure che se ne stanno al di fuori della Chiesa, nell’eresia: a tutti costoro bisogna assolutamente offrire la medaglia dell’Immacolata e sollecitarli affinché la portino volentieri e, contemporaneamente, pregare con fervore l’Immacolata per la loro conversione”. Una delle più note conversioni operate dal P. Kolbe per mezzo della Medaglia Miracolosa, fu quella del massone polacco Stempowski, che nel 1927 era Gran Maestro della loggia massonica di Varsavia e della Polonia. Il p. Kolbe si recò a trovarlo nella sua abitazione ed ottenne che accettasse una Medaglia e promettesse di portarla con sé. Terminata la guerra e liberata Varsavia nel 1945, Stempowski fu commosso dalla notizia del martirio dell’umile fraticello nel campo di concentramento, fraticello che anch’egli aveva conosciuto. Fu questo caro ricordo che lo ricondusse in seno alla Chiesa Cattolica. Poco dopo morì con la Medaglia Miracolosa tra le mani ed ebbe sepoltura cattolica. Quando nel 1939 i tedeschi occupano la Polonia, padre Kolbe si trova nella sua terra e non teme di prendere posizione contro i nazisti. Diventa ben presto una figura scomoda, e nel febbraio 1941 è internato nel lager di Auschwitz al blocco 14 con il numero 16.670. Una calamita spirituale Tutti coloro che lo hanno conosciuto affermarono che in lui era come “una calamita spirituale”: riusciva a guardare oltre quelle assurde barbarie. Lo avevano soprannominato anche “l’Angelo di Auschwitz, per la sua incredibile generosità”: voleva sempre essere l’ultimo a ricevere un po’ di cibo, che spesso preferiva offrire a un prigioniero più giovane di lui. In quel pane vedeva l’Eucarestia che non poteva celebrare. Per molti padre Kolbe è stato un dono di Dio, uno strumento di redenzione presso quella “fabbrica diabolica”, una fiamma consumata per amore che riscaldava i cuori afflitti. Nonostante quella realtà deturpata, assurda e inaccettabile, le sue parole erano come balsamo sulle paure e sulla rabbia, pregava a volte a voce alta e questo contagiava i presenti. Padre Kolbe è ricordato da molti come il sacerdote che nel lager di Auschwitz offrì la propria vita per salvare un giovane padre di famiglia, un atto d’amore, volentieri avrebbe se solo avesse potuto, sostituirsi a tutti i sequestrati. “Fu uno shock per tutto il campo. Uno sconosciuto, uno come tutti, torturato e privato del nome e della condizione sociale, era morto per salvare qualcuno che non era neanche suo parente. Perciò non è vero, gridavamo, che l’umanità è schiacciata senza speranza. La sua morte fu la salvezza di migliaia di vite umane”, ha raccontato Giorgio Bieleki, testimone di quell’evento. Nel luglio del 1941, per la fuga di un prigioniero dal campo di Auschwitz, il comandante tedesco Fritsch designò dieci detenuti per la cella della morte, al posto di quello fuggito. Quando il dito del comandante si fermò sul vicino del p. Kolbe, il pover’uomo scoppiò in un pianto disperato, chiamando a gran voce i suoi bambini e la sua sposa. Fu allora che il p. Kolbe fece un passo avanti, dicendo a Fritsch: “Vi prego di accettare la mia vita in cambio della vita di questo padre di famiglia. – Chi siete? – domandò il tedesco. – Un sacerdote cattolico. – Accetto!. Così il p. Kolbe entrò nella cella della morte con gli altri nove. Abituato ad una vita ascetica ed alle rinunzie, egli poté vedere i suoi compagni morire di inedia ad uno ad uno, assistendoli amorosamente. Alla fine i nazisti, per affrettare la sua morte, gli iniettarono nelle vene un terribile veleno. Morì all’età di 47 anni il 14 agosto 1941, vigilia della festa mariana dell’Assunta e nel porgere il braccio per la puntura di acido fenico, Padre Massimiliano serenamente esclamò: “ Ave Maria”. Il suo corpo fu subito bruciato dai tedeschi. Il bunker di Auschwitz è sempre pieno di fiori in sua memoria. Il 10 ottobre 1982 San Giovanni Paolo II, lo dichiarò santo. Alla celebrazione era presente F. Gajowniczek, l’uomo salvato dal frate. Papa Wojtyla definì padre Kolbe “il Santo di questo secolo, patrono speciale per i nostri difficili tempi”, vero modello per ogni sacerdote e per ogni cristiano. massimiliano_kolbeDon Marcello Stanzione
fonte: https://noalsatanismo.wordpress.com

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